martedì 8 settembre 2015

Let's Talk About... Darksiders Saga

Let's Talk About.... Darksiders Saga


La saga di Darksiders vede la luce nel 2010. Pubblicato dall'oramai deceduta THQ e sviluppato da Vigil Games, il titolo doveva essere il progenitore di una quadrilogia che avrebbe avuto come protagonisti i 4 Cavalieri dell'Apocalisse, ovvero Guerra, Morte, Carestia e Pestilenza. Purtroppo a fare la loro apparizione sulle console domestiche e su PC sono stati solamente i primi due, in quanto i giochi non hanno avuto il successo di pubblico che meritavano. Sostanzialmente, il primo titolo della saga è un action – adventure in terza persona che strizza l'occhio ai grandi classici del genere, richiamando alla memoria dei giocatori di lungo corso titoli come i vari The Legend of Zelda o i più recenti God of War. Gli elementi che maggiormente caratterizzano il titolo sono dei combattimenti veloci e dinamici, dove un tasto è assegnato ad un attacco veloce, un altro all'attacco potente e così via, rendendo quindi possibile concatenare gli attacchi fino a creare delle combo. Sono inoltre presenti sia la schivata laterale sia la parata, e accumulando anime dai nemici sconfitti sarà possibile acquistare sia nuovi potenziamenti, sia nuove tecniche che andranno ad incidere notevolmente sull'esito dei vari combattimenti. Un ruolo fondamentale nell'esperienza di gioco lo rivestirà l'esplorazione: controllare attentamente ogni anfratto della mappa, infatti, potrà svelarci preziose reliquie che andranno a potenziare ulteriormente l'equipaggiamento a nostra disposizione o che potremo direttamente rivendere a Vulgrim, un demone assetato di anime che ci concederà i suoi servigi in cambio della preziosa valuta. Vulgrim inoltre sbloccherà, in una fase un po' più avanzata del gioco, i Varchi Serpentini, ovvero speciali corridoi situati in una dimensione alternativa che fungeranno da teletrasporto. Come già accennato poc'anzi, nel corso dell'avventura recupereremo alcune armi alternative rispetto alla nostra “main weapon”, ovvero lo spadone: avremo quindi accesso ad uno shuriken, con il quale sarà possibile colpire più nemici contemporaneamente attendendo il suo ritorno, in una maniera di utilizzo similare a quella di un boomerang, ma anche a delle pistole, utili per colpire a lungo raggio, e perfino ad una specie di arpione con il quale sarà possibile agganciare e colpire i nemici più grandi o attirare verso di noi quelli di dimensioni più esigue. Il titolo non è caratterizzato soltanto da combattimenti, in quanto numerose volte saremo chiamati a risolvere enigmi ambientali sfruttando di volta in volta un congegno diverso, tra cui figura anche uno speciale guanto che può creare due portali, uno arancione ed uno blu, con i quali potremo collegare diversi punti dello scenario. Ricorda nulla? Per quanto riguarda la trama, il titolo ruota attorno alla storia di Guerra che è stato chiamato troppo presto ad intervenire per frenare la guerra tra Inferno e Paradiso ed ha quindi creato scompensi nell'Equilibrio. Conseguentemente si scoprono le colpe dell'Arso Consiglio, ovvero il consesso di coloro che possono decidere le sorti dei Nephilim, il quale però chiede a Guerra di rimediare all'errore commesso ribaltando la realtà delle cose. Le vicende vengono narrate da brevi cinematic che utilizzano la stessa grafica del gioco e vanno a costituire una trama tutto sommato godibile, anche se in alcuni tratti un po' fine a se stessa. Per quanto riguarda la realizzazione tecnica, per essere un gioco del 2010 Darksiders se la cava egregiamente, mostrando a schermo un mondo molto vario e dai colori vividi e brillanti a tratti, e spenti e smunti in altri. Le texture sono quelle che sono date le possibilità tecniche di 5 anni fa, ma non si registrano particolari difetti tecnici quali pop – up e tearing. A fare la parte del leone nel comparto tecnico del titolo è invece lo stile, grazie anche ad un character design a dir poco meraviglioso che garantisce ai personaggi principali e non fattezze difficilmente dimenticabili che ci aiuteranno a ricordare con piacere le sembianze di uno dei protagonisti del titolo. Darksiders era ed è tutt'oggi un ottimo titolo, i cui punti di forza sono sicuramente superiori ai difetti, che possono essere riassunti in un richiamo un po' troppo palese ad altri titoli e ad una generale lentezza di alcune situazioni di gioco. Si erano venute a creare quindi molte aspettative per il seguito diretto, Darksiders II, uscito per console e pc nel 2012 e sempre prodotto da THQ. Il titolo apportava diverse nonché sostanziali modifiche al gameplay del primo capitolo: Morte, il nostro protagonista e secondo Cavaliere dell'Apocalisse, dispone di una maggiore varietà di mosse e di animazioni più fluide e veloci rispetto a quelle di Guerra, soprattutto per quanto riguarda le arrampicate sui muri, i salti e le schivate. Inoltre il gioco è fornito di un sistema di drop casuale di pezzi di equipaggiamento, 30 livelli di esperienza, due distinti rami di abilità con più di venti skills tra cui scegliere e diverse armi secondarie ad aggiungere varietà. L'anello debole della catena, per quanto riguarda il secondo episodio della saga THQ, è la componente narrativa, nemmeno lontanamente interessante come quella del primo capitolo della saga e fin troppo piena di eventi messi lì per allungare il brodo. Comunque sia, Darkisders II assomiglia in tutto e per tutto ad un classico action – gdr, svolta che però non pare essere stata accolta bene dal pubblico, vista la scarsità delle vendite. Nonostante fosse un ottimo gioco, infatti, e seppur abbracciando un genere diverso rispetto al suo predecessore, probabilmente è un titolo migliore, ma la storia della saga si ferma qui. THQ ha chiuso i battenti nel 2013 ed ha dovuto cedere i diritti di tutte le sue IP di maggior successo ad altre software house, compresa quella di Darksiders, finita in mano a Nordic Games. Seppure uno dei fondatori di Platinum Games, Atushi Inaba, abbia detto di essere interessato all'IP in questione, non c'è ancora nulla di concreto all'orizzonte. L'unica buona notizia per i comunque molti fan della serie (me compreso) è che, a breve, uscirà un'edizione rimasterizzata del secondo capitolo, intitolata “Darksiders II: The Deathinitive Edition” che, a detta proprio di Nordic Games, sarà ben più che un update in full HD del titolo originale, bensì aggiungerà modifiche anche al gameplay per renderlo alla pari delle più recenti release per console next - gen. Se questa operazione commerciale avrà il successo sperato, forse Nordic si convincerà a lanciare un terzo capitolo della saga: non ci resta, quindi, che attendere fiduciosi la venuta dei Cavalieri dell'Apocalisse.

Nicola Bertilotti

 

 

sabato 5 settembre 2015

Number One: How I Met Your Mother

Number One: How I Met Your Mother

Data di inizio messa in onda: 2005
Stagioni: 9; 20 – 24 puntate da 21 minuti ciascuna
Conclusa? Sì, nel 2014


Prefazione. How I Met Your Mother è una sitcom americana che racconta le vicissitudini di Ted Mosby, architetto della Grande Mela, e dei suoi tre più cari amici: Marshall e Lily, innamorati fin dai tempi del college, e Barney Stinson, un ricco donnaiolo che conta più di 600 avventure con partner diversi. La loro vita e soprattutto quella di Ted viene sconvolta dall'arrivo di Robin, una reporter canadese che lavora per l'emittente televisiva MetroNews One. Da quel momento in poi gli eventi si susseguiranno in maniera incontrollabile, avendo come pilastro portante il rapporto di amicizia e di vivo affetto che legherà i cinque protagonisti di questa serieTv. Esaminiamo assieme il leggen – wait for it – dario pilot [Citazione per chi segue la serie, ndr. ] della serie e scopriamo se How I Met Your Mother saprà conquistarci fin dall'inizio e spingerci quindi a recuperare tutte e nove le sue stagioni.



L'episodio si apre con un'inquadratura su due ragazzi, che si scopre immediatamente essere i figli di Ted Mosby, il quale è anche il nostro narratore. Questa parte della sitcom è infatti ambientata nel 2030, e gli eventi che noi vediamo rappresentati per la maggior parte del tempo altro non sono che un flashback. Si torna quindi nell'anno di grazia 2005, dove uno scapestrato e
ancora single Ted Mosby è preoccupato per la decisione dei suoi due migliori amici, Marshall e Lily, di fidanzarsi ufficialmente dopo tanto tempo. Ted teme ifnatti che i due possano metterlo da parte, visto che i tre ragazzi hanno sempre abitato nello stesso appartamento e tra lui e Marshall vi è un rapporto di amicizia quasi fraterno. Nella scena immediatamente successiva facciamo la conoscenza di Barney, l'anima del gruppo, che invita Ted da Mclaren, il pub nel quale il gruppo si riunirà spesso, e lo ascolta parlare delle sue paure riguardo il matrimonio e il terrore di rimanere single per tutta la vita. In quell'istante fa la sua entrata in scena Robin, e Ted viene immediatamente folgorato dalla sua solare e genuina bellezza. Barney aiuta Ted a rompere il ghiaccio con Robin, la quale rifiuta il suo primo invito a cena per il week – end successivo poiché sa già che sarà impegnata per un servizio per la sua emittente televisiva, ma alla fine cede alle insistenze del ragazzo e concordano quindi un'uscita per una cena romantica la sera successiva al loro primo incontro. Alla fine della serata i due hanno stretto un ottimo legame e scoprono di avere molte cose in comune, e Ted è rimasto così impressionato da Robin che sente già che lei è quella giusta. A discapito dell'alchimia venutasi a creare, Ted non coglie i segnali di Robin e di conseguenza non la bacia. Quando racconta la serata a
Marshall e Lily, essi lo rimproverano per non aver saputo cogliere l'occasione e lo spronano ad andare immediatamente a casa di Robin. I tre e Barney chiamano allora un taxi e conducono Ted all'appartamento della reporter, non prima di aver fatto una piccola deviazione nel locale della cena romantica, dove Ted ruba un corno francese blu per far colpo su Robin, la quale lo aveva adocchiato durante la serata e avrebbe desiderato molto possederne uno. Proprio quando le cose sembrano andare per il verso giusto e i due stanno per baciarsi, Ted commette l'imprudenza di dire a Robin “ti amo” dopo un solo giorno dall'averla conosciuta. La ragazza si spaventa per quella dichiarazione improvvisa e Ted, ovviamente, si sente il peggiore degli stupidi. Una volta sul pianerottolo i due si scambiano una lunga stretta di mano guardandosi negli occhi, e ancora una volta Ted, stupidamente, non coglie il segnale per baciare Robin: l'episodio si chiude con questa ultima possibilità di rimediare all'iniziale imprudenza che sfuma forse per sempre.


Punti Fondamentali

Storyline. Fin dal primo episodio possiamo notare degli elementi che saranno presenti nel corso di tutte le stagioni. Inanzitutto, la varietà della situazioni proprie di una sitcom è, se possibile, ancora maggiore che in altri casi, grazie anche alla presenza di cinque personaggi completamente differenti tra loro, che hanno quindi modi completamente diversi di vivere la propria vita: abbiamo infatti il single sempre alla ricerca di stabilità nella propria vita (Ted) e che è un inguaribile romantico e sognatore; abbiamo poi la coppietta unita fin dal liceo che oramai conosce ogni cosa del partner; il donnaiolo disinteressato ai sentimenti ma che in realtà è forse il più fragile di tutti anche a causa di un passato non semplice; e infine la donna solitaria e indipendente che non si vede assolutamente nei panni della “brava mogliettina”. Tutti questi elementi vanno a costituire un raffinato “pastiche” che a prima vista potrebbe essere composto da stereotipi, ma che invece spinge a riflettere sulle inquietudini personali al di là della facciata di ognuno, sulla paura di rimanere soli, sulla malinconia di un amore che finisce e così via. Un elemento che invece non si può dedurre semplicemente dal pilot è che ogni puntata, e soprattutto ogni stagione, siano perfettamente legate tra loro da una trama di fondo molto ricca e complessa, che a volte ci mostra un dettaglio nella prima stagione per tirarlo nuovamente fuori nella quinta, riuscendo ad amalgamare quel particolare dettaglio ai fatti che stanno accadendo in quel momento. In definitiva, per quanto riguarda la storyline principale e le varie sotto trame di ogni puntata (poiché è normale che su più di 200 episodi ve ne sia qualcuno di più autoconclusivo ed “inutile” ai fini dell'intera serie), il bilancio è nettamente positivo.

Stile. How I Met Your Mother non brilla né per quanto riguarda i costumi, poiché la storia gira attorno a ragazzi normali e di conseguenza non c'è bisogno di particolari artifici sartoriali, né per le scenografie, dato che per la maggior parte del tempo vedremo le scene svolgersi al pub Mclaren, a casa di Marshall e Lily o a casa di Barney, con ovviamente l'occasionale comparsa di qualche altro interno di volta in volta. Per quanto riguarda invece il montaggio delle varie scene, la serie si distingue per una particolare vivacità sul piano del ritmo, riuscendo nella non facile impresa di riempire sempre i venti minuti di ogni puntata con situazioni divertenti o momenti più tristi e riflessivi, ben accompagnati dalle musiche scelte. Un plauso va infine fatto agli attori presenti: alcuni di essi sono stati letteralmente lanciati da questa serie tv, basti ricordare di come Robin, alias Cobie Smulders, abbia recitato anche nelle pellicole degli Avengers, o delle recenti apparizioni sul grande schermo di Marshall (Jason Segel), e anche dei vari riconiscimenti come le quattro nomination per la categoria “Young Artist Award” ottenute da Neil Patrick Harris (Barney).

Personaggi. Come già accennato più volte nel corso di questo articolo, sono proprio i personaggi a rendere la serie appassionante, divertente e anche commovente. Senza dilungarmi troppo in ripetizioni per analizzare questa importante voce, vi basti sapere che vi affezionerete fin da subito ai cinque protagonisti e stabilirete una importante sensazione di empatia riguardo le loro vicissitudini amorose, arrivando anche a piangere a causa di determinate situazioni, e vi sorprenderete sempre di più delle molte sfaccettature che ognuno di loro ha, soprattutto di quelle più inaspettate e nascoste, e vi ricorderete sempre degli iconici tormentoni di Barney e dei suoi modi di fare così spicci e volgari ma al contempo divertenti. Date un occasione a Ted, Marshall, Robin, Lily e Barney di entrare nelle vostre vite, e vi garantisco che li sentirete sul divano accanto a voi, con in mano una bella ciotola di pop – corn.

Consigliato? Assolutamente sì.
Come avrete senz'altro capito, How I Met Your Mother è una sitcom che presenta ben pochi difetti: è divertente, appassionante e commovente, le puntate sono ben amalgamate tra loro e anche gli episodi meno legati alla trama principale riescono nell'intento di intrattenere senza mai risultare noiosi. Le battute funzionano sempre, così come i momenti più tristi e riflessivi, e anche all'interno della singola puntata avremo più di uno spunto per ridere o pensare. HIMYM incarna perfettamente il significato della parola sitcom. L'unico motivo per non consigliare questa serie, infatti, sta proprio nel genere: se siete alla ricerca di una serie Tv impegnata e che affronti temi davvero maturi, molto probabilmente non ci troverete niente di interessante. Per tutti gli altri, invece, il divertimento è garantito: dategli una chance!

Nicola Bertilotti


martedì 1 settembre 2015

Number One: Toriko

Number One: Toriko


Data di inizio pubblicazione: 2008; 23 volumi in corso.
Casa Produttrice: Star Comics
Autore: Mitsutoshi Shimabukuro


Prefazione. Toriko è ambientato in un'epoca nella quale le persone vivono solamente per far provare alle proprie papille gustative sapori sconosciuti. Il mondo è popolato da creature mostruose le quali, per poterne saggiare le carni, vanno abbattute e uccise, ma molto spesso neppure l'esercito può qualcosa contro di esse. Ed è qui che entra in gioco il nostro Toriko, un Gourmet Hunter, ovvero un vero e proprio cacciatore di sapori il quale lavoro consiste nel tenere a bada questi esseri e fornire ai vari enti gli alimenti richiesti. Da queste semplice premesse prendono il via le vicende di Toriko, che andremo a vedere nel dettaglio esaminando il contenuto del primo numero di questo manga. Buon appetito!





 Dopo una breve introduzione entriamo virtualmente negli uffici dell'I.G.O., ovvero l'International Gorumet Organization, e facciamo la conoscenza di Komatsu, un giovane ma già bravo chef che aspira a cucinare piatti sempre più elaborati. Alcuni dirigenti dell'I.G.O. stanno organizzando il prossimo ricevimento dei buongustai, e per farlo risultare indimenticabile vorrebbero che fosse servita carne di Gararadrillo, una bestia con un Livello di Cattura (l'indice di pericolosità del mostro stesso) pari a 5. Per questo compito non bastano i soldati regolari, e si decide quindi di assumere il Gourmet Hunter più famoso, ovvero il nostro protagonista, Toriko. Komatsu viene mandato dall'I.G.O. ad incontrarlo e a sottoporgli l'incarico. L'uomo, il quale sta pescando, fa subito sfoggio delle sue abilità, riuscendo a catturare un enorme Pesce Gambero e abbattendo poi un'Aquila a Cinque code. Toriko accetta, e così lui e Komatsu partono alla volta dell'isola sulla quale risiede uno dei pochi esemplari di Gararadrillo rimasti. Una volta trovata la bestia, Toriko la abbatte in pochi istanti a mani nude, sfoggiando la tecnica della “Forchetta” e del “Coltello”, completando così l'incarico in men che non si dica e sbalordendo Komatsu. Nel corso della breve missione, Toriko dimostra sia la sua grande capacità in combattimento, sia la sua grande capacità di osservazione e il suo olfatto incredibilmente sviluppato, cosa che lo porterà in futuro ad avere un decisivo vantaggio sull'ambiente circostanze. Scopriamo inoltre che Toriko ha il desiderio di preparare il Menù più rinomato del mondo, composto da piatti così ricercati e prelibati da diventare leggendario. Oltre alla forza, però, Toriko ha qualcos'altro di smisurato: l'appetito. L'uomo infatti non resiste nel voler assaggiare le carni del Gararadrillo e in men che non si dica lui e Komatsu lo mangiano fino all'ultima briciola.
Successivamente, vediamo Toriko visitare il Central Gourmet Market, un grande bazar a cielo aperto dove confluiscono ingredienti da ogni dove e nel quale il nostro buongustaio spera di trovare qualcosa di davvero eccezionale. Qui incontra Johannes, un caposezione della ricerca alimentare dell'I.G.O., che espone a Toriko un problema riguardante un laboratorio nel quale è germogliato il leggendario Frutto Arcobaleno, ovvero un alimento che si dice contenga nella sua polpa sette diversi sapori. Il problema è che alla base di questa pianta, coltivata artificialmente, si è stabilito un nido di Troll Kong, bestie ancor più
pericolose del Gararadrillo in quanto vivono in branco. Toriko, essendo l'unico dei Quattro Sovrani del Cielo repereibile, è stato contattato per recuperare il raro frutto. L'uomo, spinto dalla sete di assaggiare una pietenza così prelibata che potrebbe addirittura finire nel suo Menù, accetta l'incarico. Arrivato sul posto, Toriko si apre una breccia sbriciolando il muro con un pugno e, affrontati numerosi pericoli tra cui velenosissimi serpenti ed un'intera tribù di Troll Kong, riesce a trovare ed intimorire il capobranco, riuscendo così a recuperare un Frutto Arcobaleno. Komatsu prepara una sontuosa cena per Toriko e, per dessert, cucina un piccolo budino di Frutto Arcobaleno. Toriko lo assaggia e, estasiato dal gusto formidabile della suddetta pietanza, decide di includere definitivamente il Frutto Arcobaleno nel suo Menù come dessert, completando così la prima voce.


 Punti Fondamentali

Storyline. L'intera vicenda gira attorno, come già detto, alla volontà di Toriko di creare il suo personale Menù con gli alimenti più straordinari reperibili. Per uno shonen manga, ovvero un fumetto indirizzato maggiormente ad un pubblico di ragazzi, questa premessa è più che sufficente. Similmente ai grandi capisaldi del genere (si vedano, ad esempio, Naruto, Fairy Tail, One Piece, Bleach...), quindi, la storia si dipanerà via via che Toriko si avvicinerà al completamento del suo proposito, fine ultimo del manga, andandosi ad arricchire di personaggi e vicende che potranno essere più o meno complesse a seconda della bravura dell'autore. Non è quindi possibile definire solamente dal primo numero una trama che è “in divenire”, ma sarebbe richiesta un'analisi più approfondita: ciò che è sicuro è che il fumetto parte forte fin dal primo numero senza momenti di pausa o di noia, mettendo in campo premesse che quantomeno incuriosiscono; cose che sicuramente invogliano il lettore ad andare avanti coi successivi numeri.

Stile. Senza dubbio il tratto di Mitsutoshi Shimabukuro è ottimo, in quanto riesce a disegnare alla perfezione sia essere umani messi in qualsiasi posizione, sia oggetti inanimati come ad esempio i cibi, che riescono a risultare appetitosi anche se visti su un foglio di carta, e le diverse creature presenti nel mondo da lui creato, denotando tra l'altro un'ottima fantasia. Ciò che può lasciare un po' interdetti è però lo stile con il quale l'autore ha deciso di rappresentare la sua opera: i personaggi risultano infatti essere muscolosissimi e giganteschi, così come lo sono le bestie, e molto spesso le proporzioni tra le varie parti del corpo non vengono volutamente rispettate. Sta al gusto di chi legge stabilire se uno stile del genere può piacergli oppure no. Un altro aspetto sul quale porre l'accento e i legami che l'opera di Shimabukuro ha con quella del maestro Oda: è innegabile, a mio parere, che l'autore di Toriko sia un amante di One Piece, in quanto, solo per citarvi alcuni esempi, “L'Era della Pirateria” diviene “L'Era dei Buongustai”, e i “Quatto Imperatori dei Mari” diventano, nell'opera di Shimabukuro, i “Quattro Sovrani del Cielo”.

Personaggi. Nel primo numero vediamo solamente due personaggi fondamentali ai fini della storia: Toriko e Komatsu. Quest'ultimo ha il compito di fare da spalla al protagonista: è il personaggio che più assomiglia ad una persona reale ed è lì per sottolineare il divario che c'è tra la gente comune e i Gourmet Hunter. Toriko, invece, viene presentato fin da subito come un uomo dotato di una forza straordinaria, che non ha alcuna difficoltà ad abbattere creature grandi anche dieci volte lui. Quello che maggiormente viene sottolineata è però la conoscenza che Toriko ha del mondo in cui vive: egli sa perfettamente habitat, dieta, abitudini, punti forti e punti deboli delle creature che andrà ad affrontare, ed è un esperto in praticamente ogni settore alimentare. Inoltre, Toriko dispone di un'incredibile capacità di analisi, riuscendo sempre a formulare la soluzione migliore per ogni situazione. Ma a dispetto di ciò che si pensi, ci sono altri fattori che vanno considerati a tutti gli effetti come personaggi a sé stanti: le creature. Esse infatti sono caratterizzate in maniera molto dettagliata e costituiscono l'elemento di maggior innovazione del manga: ognuna di essa presente caratteristiche differenti e quindi genera un diverso modo di approccio, cosa che nel futuro del manga potrà senza dubbio portare ad una incredibile varietà di situazioni.


Consigliato? Assolutamente sì.
Toriko è un'opera divertente e scanzonata, ma non per questo da sottovalutare: le creature presenti all'interno del fumetto, unite a dei combattimenti divertenti ed avvincenti costituiscono le basi per quella che potrebbe diventare un'epopea degna delle migliori saghe shonen degli ultimi anni. Uniche perplessità sono quelle riservate allo stile dei disegni adottato nell'opera, che potrebbe frenare alcuni acquirenti che proprio non gradiscono le sproporzioni presenti all'interno di Toriko. Per tutti gli altri, il consiglio è quello di dare una chance anche solo al primo numero di questo manga e farsi ingolosire, è proprio il caso di dirlo, da questo mondo fatto di prelibatezze, animali strampalati e manrovesci menati a destra e a manca.
Nicola Bertilotti



 

venerdì 28 agosto 2015

Let's talk about... Guitar Hero

Let's talk about... Guitar Hero

Introduzione. Giusto per variare un po' il format del blog ho deciso di iniziare questo nuovo tipo di articoli, dove ho intenzione di postare delle opinioni su vari argomenti con un tono un po' più rilassato del solito: non si tratterà quindi né di recensioni né di analisi specifiche su un prodotto per sapere se ve lo consiglierei oppure no, bensì saranno più che altro una sorta di “vlog su carta” nei quali vi illustrerò un mio personale parere su vari argomenti.
Iniziamo subito con un videogioco, anzi, con una serie di videogiochi, che mi ha assuefatto come se mi fossi fatto una vera e propria dose di Rock 'n Roll in vena, ovvero la saga di Guitar Hero. 


Tornata recentemente in auge con il nuovo capitolo di imminente uscita sottotitolato “Live”, la saga di Guitar Hero vede la luce su Playstation 2 nell'oramai lontano 2005, quindi dieci anni fa. Il titolo si faceva forza di una controller “formato chitarra” realizzato con uno stile che imitava una Gibson, comprendente 5 tasti di colore diverso e una barra per la pennata, utile per “suonare” effettivamente le note a schermo. La tracklist comprendeva 47 brani giocabili, tra cui classici come “Iron Man” dei Black Sabbath o “I Love Rock 'n Roll” di Joana Jett & The Blackhearts, presentati sottoforma di cover. Il gioco vinse numerosi premi sia per la sua innovatività, sia appunto per la qualità della colonna sonora. Il gameplay di base è quello che tutti noi conosciamo: una serie di note corrispondente ai tasti colorati presenti sulla chitarra scende a ritmo verso una barra posta in fondo allo schermo: il nostro compito sarà quello di premere il tasto (o i tasti) colorato corretto e “suonare” la nota o l'accordo
Le chitarre dei primi due GH.
utilizzando la barra della pennata, come se stessimo plettrando le corde di una vera chitarra. La leva del vibrato posta vicino alla barra per la pennata viene utilizzata per simulare il caratteristico effetto vibrato di un bending ben fatto. La modalità carriera del gioco altro non era che una serie di canzoni di difficoltà crescente; modalità che venne riproposta tale e quale in
Guitar Hero II, uscito nel 2006 e sempre sviluppato da Harmonix, pubblicato più tardi anche per Xbox360, con l'aggiunta di un controller a forma di Gibson esclusivo. La principale novità del titolo era una modalità multigiocatore a schermo condiviso, cosa che portò questo capitolo a vincere il premio come videogioco più venduto di quell'anno. Ma l'exploit della serie avviene nel 2007 con il primo episodio sviluppato da Neversoft, Guitar Hero III: Legends of Rock: la carriera, stavolta, presenta sì l'oramai consolidata scaletta di canzoni di difficoltà crescente, ma alcuni capitoli sono conclusi da una speciale battaglia all'ultima nota con un famoso chitarrista Rock: Tom Morello, chitarrista tra gli altri degli Audioslave e dei Rage Against The Machine; Slash, storico solista dei Guns 'n Roses, e... Lou Cifer, ovvero Satana. Ebbene sì, anche il Diavolo in persona ha voluto partecipare e “smetallare” in allegria. I musicisti sono stati ripresi con sessioni di motion capture al fine di rappresentare a schermo l'iconico stile di suonare che è loro proprio, e la presenza di nuove modalità multigiocatore all'interno del titolo è solo la punta dell'iceberg di quello che è forse il miglior capitolo del brand. Ma ciò che ha fatto maggiormente da cassa di risonanza per il gioco è stata l'implementazione della canzone più complicata e indiavolata fino a quel momento: “Through the Fire and the Flames” dei Dragonforce (video allegato a fondo pagina). Per farvi capire l'impatto che ha avuto questo brano, vi basti sapere che le vendite degli album dei DragonForce hanno subito un incremento dell'oltre 100% e che di lì a poco è stato rilasciato un intero DLC a pagamento contenente altre tre canzoni della band inglese. E se il terzo capitolo della saga è stato il punto più alto sia in termini di vendite sia in termini di difficoltà, è con Guitar Hero: World Tour, di fatto il quarto capitolo principale del brand, che è iniziato l'inesorabile declino. Prima dell'uscita del suddetto gioco Harmonix aveva sviluppato il primo capitolo della saga denominata Rockband, la quale seguiva le meccaniche di base della saga di Guitar Hero ma cercava di ampliare l'offerta con la possibilità di impersonare vari altri componenti della band (Voce, basso, batteria). Questa pluralità di strumenti suonabili è stata ovviamente mantenuta anche in World Tour, ma la tracklist scelta (la più vasta fino a quel momento: più di 80 pezzi) destò non poche critiche da parte dei più “puristi”, che avevano visto comparire, fino ad allora, soprattutto pezzi leggendari del Rock 'n Roll e non erano pronti a pezzi di genere più pop come “Beat It” di Michael Jackson, o più “moderni” quale “Monsoon” dei Tokyo Hotel. Seppure le possibilità per il multiplayer furono ampliate con la possibilità di sfidare un'altra band in una modalità chiamata “Battle of the Bands” e il design del controller – chitarra riprogettato così che lo strumento fosse in scala 1 : 2 rispetto ad una chitarra vera, Guitar Hero: World Tour ha marcato chiaramente la linea di confine dal quale la serie non sarebbe più riuscita a riemergere. Il problema si
Una band completa all'opera.
palesò in tutta la sua gravità nel 2009, anno di uscita di
Guitar Hero 5: il titolo presentava sì novità legate alla semplificazione di alcune voci dell'interfaccia, includendo ad esempio la possibilità di suonare qualsiasi strumento indipendentemente da quanti ne fossero già presenti o alla facoltà di unirsi ad una canzone già in corso, ma una modalità carriera inutile ai fini pratici e una tracklist tra le più povere di tutto il brand affossarono quasi irrimediabilmente la saga. Per cercare di dare nuova linfa al progetto, il brand passò da Harmonix a Vicarius Visions, e l'anno seguente ecco spuntare Guitar Hero: Warriors of Rock, sesta incarnazione della saga. Stavolta, per ovviare alla stagnante modalità Carriera che oramai veniva giocata solamente per sbloccare tutte le canzoni disponibili, Vicarius Visions cercò di variare un po' la formula aggiungendo i Poteri Eroe, ovvero speciali caratteristiche che ogni personaggio che andremo via via a reclutare possedeva, come quella ad esempio di aumentare il moltiplicatore del punteggio fino a x16, consentendoci cosa di superare varie sfide presenti nelle singole canzoni che andremo di volta in volta a suonare. La tracklist è la più vasta presente e conta 93 canzoni, di cui un brano esclusivo dei Megadeth composto appositamente per il gioco, tutte improntate più verso i generi Rock e Metal rispetto al passato, ma nonstante ciò si avvicinasse a ciò che desideravano i fan, per la saga di Guitar Hero (e per i party games musicali in generale) sembrava essere arrivata la parola fine: le vendite non furono all'altezza, e sembrò che la saga dovesse cadere per sempre nel dimenticatoio.

… E poi arriva l'Aprile del 2015, e Activision annuncia ufficialmente, dopo settimane di rumors più o meno attendibili, Guitar Hero Live, il reboot della celeberrima saga musicale la cui uscita è prevista per il prossimo Ottobre. Per rimpinguare il più possibile le casse della software house americana, gli strumenti dei precedenti capitolo non saranno compatibili con questo nuovo titolo, che vanterà un gameplay rinnovato, non più con la presenza di cinque tasti colorati sul manico, bensì di due file da tre tasti che dovrebbero far risultare la posizione della mano più simile a come sarebbe se si suonasse una chitarra vera. Inoltre verrà abbandonata la grafica quasi cartoonesca dei precedenti episodi in virtù di riprese dal vivo, in cui la telecamera ci mostrerà in prima persona che cosa vedremmo se fossimo i
Una delle prime immagini di GH: Live.
chitarristi di una band che sta per esibirsi, a cominciare da ciò che avviene dietro alla scenografia per terminare con le urla adoranti della folla che ci guarderà estasiata da sotto al palco. Sia il pubblico sia i nostri colleghi reagiranno in base alle nostre prestazioni durante la canzone, esaltandosi in caso di una lunga serie di note suonate eccellentemente oppure iniziando a fischiare e a spazientirsi nel caso non riuscissimo ad eseguire il brano in maniera decente. Sarà inoltre presente un servizio simile a Spotify, la Guitar Hero TV, che ci darà la possibilità di suonare casualmente uno dei brani disponibili da un ampio catalogo, tutti comprensivi di video ufficiale. Ovviamente le promesse degli sviluppatori sono che il servizio sarà completamente gratuito, ma è chiaro che se volessimo fermare la spirale di casualità della Guitar Hero TV dovremmo usare degli oggetti quasi sicuramente reperibili con un sistema di micro – transazioni. Se questo nuovo capitolo darà nuovo lustro alla saga non ci è dato saperlo, ma quel che è certo è che il brand non è ancora morto, ma anzi prova a rinnovarsi, strizzando un occhio al passato dando la possibilità di suonare solamente le partiture per chitarra, ma anche proiettandosi verso il futuro, grazie alla realizzazione di un servizio che, se ben implementato, potrà garantire numerose ore di divertimento in più. Staremo a vedere.

Quel che è certo è che la saga di Guitar Hero ha comunque avuto un impatto culturale sulla società in cui si è inserita. Intendiamoci, niente che meriti l'attenzione di chissà quali emeriti scienziati, però è indubbio che essa abbia contribuito alla diffusione del Rock e del Metal tra i più giovani, così come è impossibile da confutare, dati alla mano, che abbia lanciato diverse band, o che sia stato un affare da milioni e milioni di dollari di introiti per i publisher, soprattutto negli anni iniziali del progetto. Senza dimenticarsi poi dell'enorme quantità di spin – off che sono stati prodotti nel corso del tempo, passando da Band Hero ai Guitar Hero focalizzati su una singola band (Van Halen, Metallica, Aerosmith...), porting per Wii, nuovi videogiochi per Nintendo DS, e addirittura qualche titolo dedicato al mercato mobile. Insomma, è impossibile trovare qualche appassionato che non conosca, almeno di nome, la saga di Guitar Hero, e come sempre in questi casi il pubblico si divide: c'è chi lo ama, poiché può “suonare” molte delle canzoni Rock e Metal più indiavolate e magari passare una bella serata in compagnia di amici a “smetallare”, e c'è chi lo odia, imputando al brand una scarsa originalità, meccaniche copiate da altri “rhyhtm games” famosi e considerando ridicolo lo sfruttare una periferica in plastica per scimmiottare i veri musicisti. E anche tra i giocatori la spaccatura è netta: ci sono i super – pro (forse anche un po' malati) che bramano le sei stelle in ogni canzone e il superamento delle medesime con il 100 % di note conquistate, magari suonando con i piedi, e c'è chi invece, semplicemente, si diverte a suonare, arrivando alla difficoltà che può e provando il piacere di concedersi un momento di sana follia di Pirandelliana memoria. Il punto di tutto questo articolo, fondamentalmente, risiede nel suo titolo: “Let's talk about”, quindi parliamone, parliamo un po' di un titolo che ha provato a trasferire un po' di quel divertimento tipico dei vari Dance Dance Revolution delle sale giochi all'interno di ogni casa, parliamo un po' di quel titolo che è riuscito a finire nell'immaginario collettivo venendo citato in una miriade di serie TV o cartoni animati; parliamo di quel titolo che per 5 anni abbiamo dato per morto e poi, quatto quatto, zitto zitto, in punta di piedi, è tornato dalla tomba per sondare di nuovo il terreno. Se Guitar Hero Live, dopo tanti anni e dopo che l'impatto mediatico iniziale è svanito avrà successo, non ve lo so dire. Ma quel che invece è certo è che, anche se in minima parte, la saga ha contribuito a non far morire il Rock 'n Roll in giorni in cui di chitarre elettriche, voci sporche e batterie non se ne vede quasi più l'ombra.
Keep on rockin', baby.

Nicola Bertilotti


lunedì 24 agosto 2015

Number One: Once Upon a Time

Number One: Once Upon a Time

Data di inizio trasmissione: 23 Ottobre 2011
Stagioni: 5, 40 minuti ad episodio.
Conclusa? No.





Prefazione.
Quelle volte in cui i genitori, i fratelli più grandi, i nonni, o qualche altro parente si mettevano accanto a noi, che eravamo distesi nel letto, con un bel libro di fiabe in mano e ce ne iniziavano a leggere qualcuna sono momenti che, anche se il tempo che passa è inclemente con le tradizioni, rimangono sempre punti fermi nella vita di ogni bambino. A volte quelle stesse favole, che non necessariamente ci venivano raccontate prima di addormentarci, fanno parte dei nostri ricordi più cari e, crescendo, vi ci si rimane attaccati e si viene attirati dallo scoprire in quali modi esse siano state poi fantasiosamente rappresentate. E' per questo che non sono mai mancate le riproposizioni in salse diverse dei grandi classici, da Cenerentola a Biancaneve, da Capuccetto Rosso a Pinocchio, che periodicamente tornano a fare capolino nei teatri, nei cinema o sotto forma di musical. Con la serie televisiva Once Upon a Time (conosciuta in Italia con il nome di “C'era una Volta”) si ha la possibilità di vedere i personaggi che tutti noi conosciamo e amiamo in un'altra veste, grazie ad un'idea dalle premesse non particolarmente originali ma realizzata in maniera piuttosto acuta: la trasposizione dei personaggi di fantasia all'interno di un mondo reale. La serie costituirà quindi il solito guazzabuglio di scontatezza e ovvietà oppure saprà regalarci un nuovo ed avvincente punto di vista sulle fiabe che abbiamo amato da bambini e che amiamo tutt'ora? Scopriamolo andando ad esaminare che cosa ci propone il pilot di questa serie TV.



“C'era una volta... Una foresta popolata dai personaggi classici che noi conosciamo... O che pensiamo di conoscere.”

L'episodio si apre con queste parole, introducendoci brevemente al contesto che di lì a poco andremo a vedere. Nel più classico dei regni fantastici ed idilliaci, infatti, il Principe Azzurro e Biancaneve convolano a nozze, ma nel bel mezzo della cerimonia appare, senza aver ovviamente ricevuto alcun invito, Regina, la cattiva di turno. Ella minaccia i due di togliere aprendosi un varco tra le guardie. La scena passa poi nel mondo vero e moderno, dove facciamo la conoscenza di Emma Swan, la nostra protagonista, intenta a lavorare anche durante il giorno del suo compleanno. Da questo breve frangente capiamo che la donna è molto sola e non appagata dalla propria vita. Tutta la serie si gioca sulla doppia dimensione mondo reale / mondo fantastico, e di conseguenza i passaggi da uno all'altro sono continui. Una volta rincasata, il citofono dell'appartamento di Emma suona e, con sua estrema sorpresa, alla porta vi è un bambino. Henry, questo il nome del ragazzo, le rivela di essere suo figlio, lasciando la donna di stucco. Emma, effettivamente, aveva lasciato in ospedale suo figlio esattamente 9 anni fa, lasso di tempo che combacia con l'età di Henry. La donna, ovviamente, rimane scossa dalla notizia, ma la cosa che la lascia ancora più basita è il fatto che il bambino sostenga con tutte le sue forze che il libro di fiabe che si è portato appresso racconti non fantasie ma cose realmente accadute. Quando il ragazzino chiede ad Emma di riaccompagnarlo a casa, nel Mayne, la donna accetta e i due si avviano verso la piccola cittadina di Storybrooke. Di nuovo la scena cambia, e scopriamo che Biancaneve e il Principe vogliono chiedere l'aiuto di un misterioso individuo, rinchiuso nelle celle del castello, al fine di sapere se il bambino che porta in grembo Biancaneve potrà avere un futuro al riparo dai piani di Regina. L'uomo in cella si rivela essere Tremotino che, in cambio del nome del futuro nascituro, rivela ai due sposi che Regina sta ordendo un sortilegio per far cessare la felicità nel regno, e la chiave per spezzarlo sarà proprio l'Erede, durante il suo ventottesimo anno di età. Biancaneve ed il Principe, quindi, decidono di far costruire una speciale culla in legno da Mastro Geppetto e Pinocchio per far sì che la donna, con la bambina in grembo, possa salvarsi dal sortilegio e farlo cessare in futuro, salvando così tutti i personaggi delle fiabe. Tornati al mondo reale scopriamo che a Storybrooke il tempo pare essersi cristallizzato. Una volta che Emma ha incontrato la vera madre di Henry, ovvero il sindaco della città nonché la Regina del mondo delle favole, la donna si dirige nuovamente verso casa. Ma all'improvviso sulla strada compare un lupo, ed
Emma è costretta a svoltare bruscamente per evitare l'impatto con l'animale. La donna perde conoscenza e, al suo risveglio, si ritrova in cella. Tornati di nuovo nel regno delle fiabe vediamo il sortilegio di Regina che sta per abbattersi sul castello. La bambina di Biancaneve, però, sta per nascere prematuramente, e quindi non ci sarà più posto per una delle due all'interno della culla. Il Principe viene ferito mortalmente durante la strenua difesa del castello e perde conoscenza tra le braccia della moglie, che riesce però a salvare sua figlia nella speranza che, un giorno, riesca a salvare tutti. Il sortilegio ha effetto, e tutti i personaggi del mondo reale, compresa Regina, vengono teletrasportati a Storybrooke senza memoria di chi fossero prima. Facciamo quindi la conoscenza di Mary Margaret, alias Biancaneve, che è ora la maestra di Henry nonché colei che gli ha regalato il suo libro di favole. Durante il dopolavoro, Mary Margaret porta dei fiori a dei pazienti in coma all'ospedale, e si vede che li posa anche sul petto del Principe, ovviamente non riconoscendolo. Emma, a malincuore, lascia in custodia Henry a Regina, ma decide di pernottare per una settimana a Storybrooke, forse per recuperare il rapporto perduto con il figlio. Nell'ultima scena si fa la conoscenza del signor Gold, descritto dalla padrona della locanda come “il padrone della città”, che altri non è se non Tremotino.
per sempre la felicità dal reame e poi si congeda, dopo aver fatto sfoggio della sua potenza

Punti Fondamentali.
Storyline. L'idea di base, ovvero quella di cancellare la memoria ai personaggi famosi delle favole introducendoli forzatamente nel nostro mondo, è senza dubbio intrigante. Funziona ancora di più se pensiamo che larga parte delle prime puntate di Once Upon a Time altro non sono che un continuo svelarsi dei suddetti personaggi, che vediamo impegnati a Storybrooke nelle loro vite normali ed ordinarie, senza però sapere chi siano in realtà. Purtroppo, molte di queste puntate sono quasi auto conclusive, poiché indagano di volta in volta sulla vita nel Regno di un dato personaggio, risultando quindi per nulla fondamentali ai fini dell'intera opera. Se contiamo che alcuni dei personaggi presentateci in questi episodi ricompariranno davvero raramente nelle puntate a venire, già si coglie il fatto che probabilmente i primi episodi di Once Upon a Time siano il vero tallone d'Achille della serie.

Stile. Per quanto riguarda la recitazione non ci troviamo di fronte né ad un capolavoro né ad un obbrobrio, e in qualche modo ciò è confortante. Le scenografie utilizzate sono sì riuscite, ma molto spesso si nota il riciclo di fondali o l'abuso di tecniche come il green screen che, se realizzate per bene, risultano essere un'aggiunta all'opera, mentre se fatti male, come nel caso di Once Upon a Time, non fanno altro che risultare quasi ridicoli. Altra pecca è purtroppo quella degli effetti speciali, che sono realizzati malamente e lo stacco di essi rispetto agli attori in carne ed ossa è fin troppo percepibile, cosa che infastidisce e non poco. Le scene all'aperto, invece, sono ben fatte, grazie anche all'utilizzo di riprese aree, e le scene d'azione sono coreografate tutto sommato decorosamente. Purtroppo, i punti a sfavore di Once Upon a Time per quanto riguarda la realizzazione tecnica citati poc'anzi affossano irrimediabilmente la resa finale del prodotto.

Personaggi. Fin dalle prime puntate ci affezioneremo ai protagonisti della nostra storia, ovvero Emma, Henry, Mary Margaret / Biancaneve e il Principe Azzurro, così come inizieremo ad avere familiarità con i cattivi, Tremotino e Regina. Inoltre, andare pian piano a scoprire chi siano in realtà gli abitanti di Storybrooke contribuisce a coinvolgere lo spettatore nelle vicende narrate. Chiaramente, in una serie basata sui personaggi delle fiabe trasposti però nel nostro mondo, gli stessi devono rivestire un ruolo fondamentale, e per fortuna così è: le varie puntate a loro dedicate, la perdita di memoria che impedisce ad amori eterni di fiorire e le varie situazioni che da ciò scaturiscono costituiscono un vero e proprio terreno fertile per coltivare il carattere e il background dei vari personaggi. E' certamente vero, come già poc'anzi accennato, che non tutti i personaggi presi in esame hanno la stessa importanza, ma su questo fronte, Once Upon a Time ha sicuramente più pregi che difetti.

Consigliato? Ni.
Se gli autori di Once Upon a Time avessero prestato più cura nella realizzazione tecnica della propria serie (e forse di ciò è responsabile anche un investimento iniziale non altissimo) e avessero eliminato alcune puntate fin troppo slegate dal resto della serie, sicuramente mi sarei sentito di consigliare C'era Una Volta a tutti. Purtroppo ciò non è avvenuto, e quindi la serie può andare ad interessare sì diversi strati di pubblico, ovvero ad esempio gli amanti delle riproposizioni delle fiabe classiche, o coloro che cercano una buona storia con buoni personaggi, o ancora chi è interessato ad un prodotto a suo modo originale, ma purtroppo non tutti. Un vero peccato, insomma, ma chi fosse interessato o anche solo incuriosito dalle premesse della serie deve tener duro fino alla seconda stagione per godersi il meglio che Once Upon a Time ha da offrire.

Nicola Bertilotti




mercoledì 19 agosto 2015

Number One: Saint Seiya Soul of Gold

Number One: Saint Seiya: Soul of Gold

Inizio serie: 11 Aprile 2015
Episodi: 10 / 13 (25 minuti cadauno)
Conclusa? No.


Prefazione. Saint Seiya, meglio conosciuto in Italia come “I Cavalieri dello Zodiaco”, è un manga pubblicato nel Sol Levante dal 1986 al 1991. Partorito dalla mente di Masami Kuromada e disegnato dall'abominevole mano dello stesso autore, Saint Seiya conquista il pubblico giapponese, tanto che presto dal fumetto ne viene prodotta una serie animata, uscita poi anche in Italia, con un character design però totalmente rivisto. Forte di un adattamento fatto di dialoghi maturi e altisonanti, di nomi cambiati senza motivo e di personaggi rimasti nell'immaginario collettivo, l'anime de I Cavalieri dello Zodiaco rappresentò un incredibile veicolo di diffusione per il brand, tanto che il successo dell'opera di Kuromada non si è mai spento. Passati quasi 30 anni dall'uscita del primo takebon, dopo numerose serie spin – off (Episode G, Omega, Lost Canvas), videogiochi, film e quant'altro, nell'Aprile del 2015 viene trasmesso il primo episodio della nuovissima saga de I Cavalieri dello Zodiaco, intitolata “Soul of Gold” ed incentrata sulle nuove armature Divine che i dodici Cavalieri d'Oro protagonisti via via otterranno. Riuscirà questa saga a competere in epicità e ad ottenere lo stesso successo dell'originale? Facciamo ardere il nostro Cosmo fino al limite estremo, e scopriamolo analizzando il primo episodio di Soul of Gold.
P.s.: Se non avete mai visto la saga originale de
I Cavalieri dello Zodiaco, proseguendo nella lettura incapperete quasi certamente in spoilers, trattandosi Soul of Gold di un sequel diretto.



La nuova serie animata inizia mostrandoci un breve flashback nel quale rivediamo i Cavalieri d'Oro impegnati nell'ultimo loro atto di eroismo, ovvero l'estremo sacrificio compiuto dai dodici uomini per abbattere il Muro del Lamento e far così procedere i Cavalieri di Bronzo verso i Campi Elisi. Dopo la sigla d'apertura, Aiolia del Leone si risveglia ad Asgard, scoprendo di essere inspiegabilmente ancora vivo. Aiolia viene però quasi immediatamente imprigionato da delle guardie Asgardiane e finisce quindi in cella. Allo stesso modo Lithia, una ragazza dai capelli blu che era dama di corte di Hilda, la precedente regina di Asgard, viene condotta nella stessa gabbia di Aiolia. Il Cavaliere risveglia il suo Cosmo e, insieme alla ragazza, fuggono dalla loro prigione. Stanchi ed affamati, si fermano ad una taverna per rifocillarsi, e Lithia racconta ad Aiolia di come sia preoccupata per il destino di Asgard, in quanto il nuovo vicario di Odino in Terra, Andreas Riise, abbia in realtà risvegliato l'albero di Ygdrasil e stia assorbendo energia per ottenere il Cosmo Perfetto. La conversazione viene però ascoltata da Frodi, uno dei sette Cavalieri a guardia della persona di Andreas, il quale vuole rapire Lithia per impedirle di compiere la missione lasciatale da Hilda come sua ultima volontà, ovvero di distruggere l'albero di Ygdrasil. Aiolia, uscito senza la ragazza dalla taverna per meditare sul motivo della sua resurrezione, avverte il pericolo e torna sui suoi passi, trovandosi quindi costretto a misurarsi con Frodi. Grazie all'aiuto della sua spada, la quale pare combattere con una propria volontà, e grazie anche al Cosmo donatogli dall'albero di Ygdrasil, il Cavaliere di Asgard sembra momentaneamente avere la meglio, ma Aiolos, Cavaliere d'Oro del Sagittario e fratello di Aiolia, appare in visione a quest'ultimo, donandogli una nuova e rinnovata forza. Grazie a questa nuova infusione di Cosmo, il Cavaliere del Leone riesce a risvegliare la propria Armatura Divina, e con un potente attacco sconfigge Frodi. Quest'ultimo viene portato via di peso dai suoi uomini, promettendo vendetta nei confronti di Aiolia. Il Cavaliere d'Oro, stanco e provato per la battaglia, cade a terra e viene preso in custodia da Lithia, che lo aiuterà a riprendersi. Dopo i titoli di coda si vede Mu, Cavaliere d'Oro dell'Ariete, ad Asgard, cosa che ci fa capire che Aiolia non è il solo Cavaliere ad essere ritornato in vita.



Punti Fondamentali 

Storyline. Il plot delle storie scritte da Masami Kuromada non hanno di certo mai brillato per quanto riguarda complessità, colpi di scena o resa finale del prodotto, e anche in questa nuova serie sembra non esserci nessuna eccezione al copione. Fin dal primo episodio si percepisce sì quella piccola vena di curiosità e mistero data dal fatto di non sapere come mai i Cavalieri d'Oro siano stati riportati in vita, ma si nota fin da subito che la serie seguirà certamente le orme delle precedenti, riservando quindi poche reali sorprese. Più che la storia in sé, il fascino di Saint Seiya risiede nel mondo creato da Kuromada, dalla figura di quei prodi cavalieri che difendono a costo della vita Saori Kido, la reincarnazione della Dea Atena, e combattono contro chi brama solo caos e distruzione, e Soul of Gold non si discosta da questo percorso.

Stile.
Indubbiamente, per i fan di lungo corso, una nuova serie animata di Saint Seiya è stata una gradita notizia in quanto, viste le moderne tecnologie con le quali vengono prodotti gli anime, il salto di qualità rispetto alla serie originale sarebbe stato senza dubbio apprezzabile. Ed effettivamente la resa grafica di Soul of Gold è buona, in quanto si nota subito che la serie è moderna, sia per le qualità dei disegni, che per i colori accesi utilizzati, che per le animazioni al passo con i tempi. Quello che lascia però perplessi è che non eccella niente di tutto ciò: ci si mantiene sì sempre su un buon livello qualitativo, ma il confine tra “Mh, ok” e “Capolavoro” non viene mai varcato, complici anche scelte forse infelici compiute a monte che, per non deludere quei famosi fan di lungo corso che citavo poc'anzi, hanno portato a mantenere pressoché inalterate alcuni tipi di animazioni della saga originale. Se a ciò aggiungiamo che la qualità dei disegni e delle animazioni non è sempre al massimo, otteniamo un prodotto sì gradevole, ma che meritava di essere rifinito maggiormente.


Personaggi. Una delle grandi pecche della saga originale de I Cavalieri dello Zodiaco era la scarsità di profondità che avevano i personaggi presenti all'interno dell'opera. Accadeva molto spesso, infatti, che i caratteri venissero solo abbozzati, o che alcuni aspetti di essi fossero semplicemente lasciati intendere e non esplorati a dovere. In Soul of Gold, invece, quantomeno qualche Cavaliere viene dotato di maggior spazio personale e ne viene quindi approfondito il background, dando finalmente risalto alle qualità o ai difetti di ognuno. La qualità dei vari flashback e delle varie storie che riguardano i personaggi secondari continua a non essere né eccelsa né sorprendente, ma perlomeno è stato fatto qualche timido tentativo nella direzione giusta.

Consigliato? No.
Soul of Gold è chiaramente un prodotto dedicato ai fan: dai combattimenti ai protagonisti, passando per piccole citazioni qua e là,fino ad arrivare ai nemici, tutto è pensato per essere maggiormente apprezzato da chi conosce perfettamente il mondo di Saint Seiya. Per tutti gli altri che invece si vogliono avvicinare per la prima volta a I Cavalieri dello Zodiaco, il consiglio è di non farsi accattivare dalla rinnovata veste visiva del brand, bensì di recuperare invece la saga originale o il meraviglioso Lost Canvas, senza dubbio opere che, seppur con i loro limiti, risultano più meritevoli di questa nuova serie. Se invece amate già il mondo di Saint Seiya e non vedete l'ora di veder raccontata una storia con protagonisti i Cavalieri d'Oro, bhè... Allora direi che ci siamo.


Nicola Bertilotti
 

lunedì 17 agosto 2015

Preview: Pro Evolution Soccer 2016

Preview: Pro Evolution Soccer 2016

Data di Uscita prevista: 17 Settembre 2015
Piattaforme: Ps3, Xbox, Ps4, XboxOne, PC (Versione testata: Playstation 4
)



Da pochi giorni è disponibile sui vari store online una demo di PES 2016, nuova incarnazione del videogioco calcistico targato Konami. Nel corso degli anni siamo passati dal dominio incontrastato di PES all'epoca Ps2, ad una situazione completamente ribaltata con l'avvento della nuova generazione di console. La serie Konami ha probabilmente toccato il punto più basso della sua storia sia in termini di vendite, sia in termini di credibilità, negli anni che vanno dal 2007 al 2012. Ma con l'avvento di Playstation 4 e Xbox One si sta registrando un'inversione di tendenza. Complice una certa pigrizia da parte di EA Sports, che ha forse raggiunto l'apice dell'evoluzione della sua saga (FIFA), e grazie anche alla volontà degli sviluppatori di Pro Evolution Soccer di far tornare in auge la propria serie, sembra che quest'anno il derby sulle console casalinghe e su PC sarà più acceso che mai. Palla al centro e tutti pronti per il calcio d'inizio, quindi, per testare sul campo la nuova versione di PES e scoprire se avrà le carte in regola per deporre dal trono il re del pallone mondiale.

Una volta completati i circa 4GB di download e selezionata la lingua dal menù, la demo ci trasporta senza tanti fronzoli a scegliere una delle sette squadre disponibili (Juventus, Roma, Bayern Monaco, Corinthians, Palmeiras e le nazionali di Brasile e Francia) e scendere in campo. Dal menù iniziale potremo configurare le opzioni di base della partita scegliendo tra sei livelli di difficoltà via via più impegnativi, una durata complessiva della partita che va dai 7 ai 10 minuti, condizioni dei giocatori in casa ed in trasferta e così via. Il menù della gestione della squadra si presenta sin da ora completo: potremo decidere modulo, titolari,
riserve, tattiche, battitori dei calci piazzati e quant'altro. Unica pecca è la presenza di rose risalenti alla fine della scorsa stagione calcistica (quindi le stesse del Maggio 2015), ma chiaramente questo problema sarà risolto nella versione definitiva del gioco. Gli stadi disponibili all'interno della demo sono due: lo Juventus Stadium e l'Arena Corinthians, entrambi ricreati perfettamente. Dato il via alla partita, l'impatto grafico è fin da subito buono, con l'atmosfera che si respira guardando una partita in tv che è stata ricreata decentemente: riprese dal tunnel degli spogliatoi, tifosi che sbandierano e intonano cori, l'entrata in campo delle squadre e la disposizione a schermo delle formazioni. La telecronaca, anche quella in lingua inglese, è per ora assente, ma è chiaramente stata confermata nella versione definitiva del gioco, con Fabio Caressa e Luca Marchegiani a curare il commento italiano. La telecamera sarà configurabile a piacimento, con opzioni che vanno dalla modificazione dell'altezza, a quella dell'angolazione, allo zoom. Lasciate però da parte queste componenti, fondamentali ma che non incidono in maniera diretta sul gameplay, andiamo ad analizzare la sostanza di questo nuovo PES: pad alla mano, il gioco è senza dubbio convincente. Innanzitutto, sono presenti una vasta gamma di nuove animazioni, sia per quanto riguarda la corsa con la palla al piede, che i cross, che i tiri in porta, che i passaggi, le quali contribuiscono a rendere il gioco più fluido. Il ritmo è buono: è sicuramente più veloce di una partita vera (come è ovvio che sia al fine di divertire), senza particolari cali o momenti di noia, ma nemmeno fasi concitate nelle quali non si capisce che cosa stia succedendo. Si registrano miglioramenti anche per quanto riguarda l'intelligenza artificiale, soprattutto in chiave offensiva: i giocatori si muovono negli spazi, chiedono la palla alzando un braccio e dettando il passaggio e si smarcano sempre in maniera convincente, tanto che sarà alquanto semplice imbastire una manovra d'attacco convincente. Tramite la pressione del tasto frontale destro sarà poi possibile controllare il pallone a distanza ravvicinata, cosa fondamentale nel dribbling, e dar così sfogo al cospicuo numero di finte disponibili. Alcuni giocatori particolarmente famosi (Robben, Neymar...) dispongono di animazioni uniche che gli fanno rassomigliare in maniera identica alle loro controparti reali: l'uso della tecnologia del motion capture, infatti, ha reso possibile ricreare in tutto e per tutto le movenze di questi grandi campioni, cosa che farà la gioia dei fan del brand. Per quando riguarda le opzioni difensive, si va dai classici tasti per il tackle e la scivolata (ora più convincente e precisa che in passato), fino ad opzioni più “tattiche” come il temporeggiare o il raddoppio di marcatura. Ogni minima disattenzione, specie alle difficoltà più alte, sarà di solito punita con il gol. Per quanto riguarda l'intelligenza artificiale dei portieri, si segnala una propensione di questi ultimi alla respinta piuttosto che al bloccaggio, cosa che di tanto in tanto porterà a fortunosi gol da una parte e dall'altra. Il pressing operato dalle squadre avversarie è convincente e a seconda della compagine che ci troveremo di fronte assisteremo ad azioni offensive e difensive elaborate e complesse, a volte simili a quelle imbastite dalla squadra reale. Anche sui calci piazzati le opzioni sono molte, in quanto potremmo ad esempio controllare direttamente un giocatore senza palla, farlo smarcare con un movimento e poi servirlo una volta completata l'azione. Potremo inoltre battere una
punizione o un calcio d'angolo corti, o chiamando fino a due altri uomini per inscenare delle finte. Il controllo della palla sarà adibito alle due levette analogiche: con la destra potremmo indirizzare il tiro o il cross nella direzione desiderata, mentre con la sinistra potremmo cambiare effetto ed altezza. Infine, nota di merito per le espressioni facciali dei giocatori, sempre diverse ed adatte alle situazioni che via via si vengono a creare durante la partita, e alla resa dei volti, con i calciatori più famosi e non ricreati alla perfezione, come d'altronde è consuetudine per la serie.

Conclusioni. Sul campo, quest'anno PES si difende bene, nulla da dire. Ma non solo: rilancia e passa al contrattacco, tentando il gol del vantaggio ai danni del rivale FIFA. I miglioramenti sotto il profilo del gameplay ci sono tutti: le partite risultano godibili, divertenti ed intriganti fin dal primo momento, i nuovi set di animazioni conferiscono movimenti più credibili ai giocatori in campo e l'intelligenza artificiale fa il suo dovere. Come sempre quando si parla di Pro Evolution Soccer, le uniche riserve rimangono essere quelle sul numero di licenze ufficiali e sulle modalità presenti all'interno del gioco, che si dovranno dimostrare all'altezza di un comparto single player di prim'ordine, che deve essere assolutamente primario nell'economia di un gioco di calcio. Per un giudizio definitivo aspettiamo quindi la versione definitiva del gioco, consci però che i passi in avanti in termini di gameplay ci sono tutti, e che quest'anno più che mai il trono di FIFA sarà messo duramente in pericolo. 

Nicola Bertilotti